Tous au rassemblement pour Gaza ce samedi à Paris !

Nous vous appelons à nous rejoindre nombreux ce samedi 17 novembre place Saint-Michel, pour exiger que cessent définitivement les massacres contre la population palestinienne et que soit levé le siège barbare de Gaza, maintenu par Israël et par l’Egypte, avec la collaboration de nos gouvernants.

Netanyahou s’est permis d’annoncer, pendant le « Sommet de la Paix » à Paris, dimanche dernier, alors que nous manifestions Place de la République contre la guerre, qu’il n’y avait « pas d’options diplomatiques » pour Gaza, comparant les 2 millions de femmes, d’hommes et d’enfants qui y sont incarcérés à Daech.

Il a quitté ce sommet pendant que des raids aériens et terrestres israéliens se déchainaient contre la population Gazaouie, tuant plus de 10 Palestiniens, détruisant des immeubles d’habitation, un jardin d’enfant et la télévision de Gaza.

Macron qui avait convoqué ce Forum de la Paix, n’a pas prononcé la moindre protestation contre ces attaques israéliennes, pas plus que les autres chefs de guerre réunis à son initiative le 11 novembre.

Maintenant, il est question d’un « cessez le feu », déjà rompu par Israël qui a tué un pêcheur palestinien mercredi.

Non seulement on sait ce que valent les « cessez le feu » israéliens, mais il n’est aucunement question dans ces annonces de rendre leur liberté ni leurs terres aux Palestiniens, en Cisjordanie, à Jérusalem Est, et encore moins à Gaza où ils restent derrière des barbelés, sans possibilité de sortir, de se soigner, privés d’eau potable et d’électricité.

C’est pourquoi, nous vous appelons à venir nombreux

CE SAMEDI 17 NOVEMBRE

A PARTIR DE 14 H 3O

PLACE SAINT MICHEL

Nous protesterons avec l’association Salam For Yemen (La Paix Pour le Yemen) qui sera présente avec nous pour soutenir les droits des Palestiniens et exiger que le gouvernement français cesse d’armer l’Arabie Saoudite qui massacre la population yemenite.

CAPJPO-EuroPalestine

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Dichiarazione di Georges Abdallah del 21 ottobre 2018

Dopo il resoconto della Settimana di mobilitazione internazionale per la liberazione del rivoluzionario prigioniero Georges Abdallah, inviamo la dichiarazione che il compagno ha scritto nella prigione francese di Lannemezan proprio in occasione della mobilitazione e consultabile anche sul nostro blog ccrsri.wordpress.com

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Care/i compagne/i, amiche/amici,

All’alba di questo 35° anno di detenzione, sicuramente voi non ignorate quale forza e quale entusiasmo la vostra manifestazione odierna mi arrechi qui in questi luoghi sinistri. Compagni, devo dirvi che la vostra presenza in questi momenti di fronte queste abominevoli mura raggiunge pure la maggioranza dei detenuti con me confortandoli. Vedete, ecco come l’ambiente, tutto l’ambiente cambia in questi luoghi tragici quando l’eco della vita attiva viene a ripercuotersi sulla piattezza anonima della mortifera quotidianità carceraria … Così, vicino alle nostre celle l’eco della vostra presenza suscita molta emozione e tanto animazione quanto discussioni varie …

Come vedete, Compagni, aldilà di questi fili spinati e queste torrette che ci separano fisicamente, eccoci ancora insieme, risolutamente ritti in piedi davanti a questo nuovo anno di prigionia che s’annuncia pure ricco di lotte e speranze.

Sappiate, non è proprio così facile affrontare quotidianamente anni, lunghissimi anni dietro queste abominevoli mura, è umanamente quasi insostenibile. Nondimeno, compagni, grazie alla fermezza del vostro impegno qui persiste la stessa emozione e soprattutto la stessa determinazione in sintonia con la vostra mobilitazione solidale.

Certamente, Compagni, se ci si regge in tutto questo lungo percorso nelle condizioni detentive come le nostre è anche, occorre sottolinearlo, grazie a queste varie iniziative di solidarietà che avete saputo sviluppare un po’ dovunque nel corso di questi anni.

Compagni, è inimmaginabile prevedere di riuscire a fronteggiare per anni la politica d’annientamento inflitta ai rivoluzionari prigionieri, senza la mobilitazione solidale sviluppata soprattutto nell’ambito della lotta anticapitalista / antimperialista. Esattamente a partire da lì si può e si deve dare il sostegno più significativo ai nostri compagni detenuti e rafforzarne quindi la resistenza. Sempre insieme nella diversità della solidarietà espressa si può e si deve far avanzare la mobilitazione, assumendo sempre più il terreno della lotta effettivamente in atto. Per certo è sulla base della dinamica globale della lotta attuale che ogni iniziativa solidale permette ai compagni prigionieri di trascendere le proprie condizioni detentive e far parte realmente del movimento come rivoluzionari operanti nelle condizioni speciali che siano le loro.

Ciò detto, Compagni, noi tutti dovremmo ricordarci di questi tempi, denunciare la politica d’annientamento imposta ai rivoluzionari prigionieri, smascherare “l’accanimento giudiziario” e, tutto quanto che somiglia piuttosto a una “vendetta di Stato”, non avrà efficacia rispetto alla liberazione dei nostri compagni nella misura in cui non si riesca a far rientrare questo approccio nel processo globale della lotta presente, in vista di un cambiamento di rapporti di forze. È sempre in funzione di tale approccio che si può misurare l’efficacia di questa o quella pratica.

Compagni, non occorre essere degli esperti per constatare gli aspetti di questa crisi che scuote le fondamenta del sistema e non smette di aggravarsi, precipitando nella miseria milioni di uomini e donne.

Da un Paese all’altro le misure preconizzate al servizio del capitale sono pressoché sempre identiche. Far subire alle masse popolari i costi del mantenimento del loro sistema di sfruttamento moribondo.

Dobbiamo constatare, Compagni, che queste misure non fanno che ampliare l’entità dei disastri e accentuare ancor più la dinamica della crisi.

Occorre constatare, Compagni, che le contraddizioni interimperialiste cominciano a strutturare sempre più i rapporti internazionali e ad essere al centro della scena mondiale. Nessuno dovrebbe ignorare che la tendenza alla guerra è sempre alimentata dalla dinamica propria del capitalismo; è per così dire nel codice genetico del capitale.

Va constatato, Compagni, che la peste bruna si manifesta fragorosamente e senza trucchi, s’organizza un po’ dappertutto in Europa e riesce perfino a imporsi come principale forza politica in alcuni Paesi.

Nessuno dovrebbe ignorare che il convergere delle lotte è senz’altro indispensabile per procedere nella costruzione dell’alternativa rivoluzionaria appropriata.

Il blocco storico dei lavoratori si costruisce e struttura nella dinamica globale della lotta in tutte le sue componenti. Solo attraverso questa dinamica globale la lotta di classe rende evidenti le potenzialità politiche del movimento attuale, spingendo le masse proletarie ad appropriarsi della loro espressione politica cosciente. Impadronendosi dell’espressione politica cosciente dei loro interessi di classe, le masse proletarie si riscoprono come soggetti della loro storia e della storia in generale. Solo nel procedere dell’azione comune i vari esponenti della lotta rivoluzionaria qui e altrove nel mondo riescono a costruire l’alternativa adeguata e a porre un termine all’agonia del capitalismo moribondo nella sua fase avanzata di putrefazione … cioè l’agonia del capitalismo realmente esistente.

Insieme e solamente insieme i proletari e le diverse componenti delle masse popolari di questo Paese possono arginare e scongiurare l’ascesa di ogni processo potenziale di fascistizzazione in corso.

Incoraggiamo sempre più, Compagni, i diversi processi di convergenza delle lotte sia a livello locale che regionale e ancor più fortemente a livello internazionale.

La borghesia araba in maggioranza ha scelto il suo campo senza trucchi.  La Palestina giornalmente ci impartisce lezioni d’abnegazione e coraggio di portata eccezionale. Più che mai le masse popolari palestinesi, malgrado i tradimenti della borghesia, assumono il loro ruolo di vero garante della difesa degli interessi del popolo.

Certo, ci sono critiche legittime e ce ne saranno sempre. Solo che, di fronte all’occupazione e la barbarie dell’occupante, la prima risposta legittima da dare prima di ogni altra cosa è la solidarietà, tutte la solidarietà a quelle e quelli che con il loro sangue affrontano la soldataglia dell’occupazione.

Le condizioni detentive imposte nelle prigioni sioniste non cessano di peggiorare di giorno in giorno. E come saprete, Compagni, per farvi fronte la solidarietà internazionale si rivela un’arma indispensabile …

Naturalmente le masse popolari palestinesi e le loro avanguardie rivoluzionarie possono sempre contare sulla vostra mobilitazione e la vostra attiva solidarietà. È un’ottima occasione per dire ai criminali sionisti che il popolo palestinese non è solo.

Che mille iniziative solidali fioriscano in favore della Palestina e della sua efficace Resistenza!

La solidarietà, tutta la solidarietà a chi resiste nelle carceri sioniste e nelle celle d’isolamento in Marocco, Turchia, Grecia, nelle Filippine e altrove nel mondo!

La solidarietà, tutta la solidarietà ai giovani proletari dei quartieri popolari!

La solidarietà, tutta la solidarietà verso il popolo kazako!

Onore ai martiri e alle masse popolari in lotta!

Contro l’imperialismo e i suoi cani da guardia sionisti e altri reazionari arabi!

Il capitalismo è solo barbarie, onore a quelli e quelle che si oppongono nella diversità dello loro espressioni!

Insieme, Compagni, e solo insieme vinceremo!

Compagni e amiche/i, a voi tutti i miei più calorosi saluti rivoluzionari.

Il vostro compagno Georges Abdallah  

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Le FPLP lance un appel urgent : « Gaza attaquée ! Soutenons la Palestine, soutenons la Résistance ! « 

« Le Front populaire de libération de la Palestine appelle de ses vœux une action urgente de la part des amis de la Palestine, des mouvements pour la justice et la libération et des communautés palestiniennes et arabes du monde entier, aux côtés de Gaza attaquée en ce moment critique. »

COMMUNIQUÉ

« Nous lançons cet appel en honneur et en deuil de nos deux camarades héroïques, Mohammed al-Tatari et Mohammed Odeh, martyrisés aujourd’hui par les forces d’occupation sionistes qui les ont attaqués alors qu’ils se battaient pour la liberté de leur pays, la Palestine et tout son peuple.

Ce meurtre commis par les forces coloniales intervient après une attaque hier, au cours de laquelle les forces sionistes ont cherché à envahir la bande de Gaza lors d’une opération d’infiltration visant à kidnapper ou à assassiner les chefs de la résistance palestinienne. Ils ont tué 7 Palestiniens qui sont morts en combattant pour défendre leur terre – mais la résistance palestinienne ne les a pas laissés partir avec leur crime. La résistance a tenu bon, luttant héroïquement contre l’une des puissances les plus lourdement armées du monde et frappant puissamment contre les assassins et les meurtriers.

Ce soir, les bombes frappent de nouveau Gaza. Les forces sionistes pilonnent et bombardent des stations de télévision et des universités et menacent de recommencer à attaquer des hôpitaux. Il s’agit du dernier assaut militaire vicieux dirigé contre les Palestiniens à Gaza, après les guerres de 2009, 2012 et 2014, et d’innombrables attaques à la bombe et assassinats, au cours de onze années de siège brutal et implacable.

Cette attaque est une tentative de supprimer les acquis de la Grande Marche du Retour, dans laquelle des milliers de Palestiniens à Gaza ont revendiqué leur droit fondamental au retour et de rompre le blocus. Contre ce mouvement populaire, les forces sionistes ont libéré leurs tireurs d’élite, tuant plus de 200 manifestants palestiniens. Malgré toutes ces attaques, le peuple palestinien de Gaza reste attaché à la résistance, refuse de renoncer à ses défenseurs et reste déterminé dans la lutte pour le retour et la libération.

Les Palestiniens à Gaza ne sont pas seuls ! Et ils ne doivent pas être laissés seuls. Cette attaque est non seulement menée par l’occupation israélienne, mais également par des puissances impérialistes telles que les États-Unis, la France et la Grande-Bretagne, qui arment et soutiennent l’État colonisateur raciste jusqu’au bout. Les régimes réactionnaires arabes qui cherchent à démanteler les droits et l’existence des Palestiniens tout en provoquant destruction et mort sur le Yémen sont également complices de cette attaque.

Le moment est venu d’agir. Descendez dans les rues et sur les places, organisez, manifestez, protestez et mobilisez-vous aux côtés du peuple palestinien attaqué à Gaza, mais continuez à résister malgré tous les obstacles. Construisez le boycott d’Israël et affrontez l’impérialisme partout où il existe. Soutenez le peuple palestinien, la résistance palestinienne et la cause palestinienne : la lutte pour le retour et la lutte pour la libération, de la mer au Jourdain ! »

Front populaire de libération de la Palestine, 12 novembre 2018

Source : FPLP – Traduction : Coup Pour Coup 31

CAPJPO-EuroPalestine

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Le nombre de morts au Yémen est cinq fois plus élevé que nous le pensons

L’absence de chiffres fiables concernant le nombre de morts au Yémen a permis jusqu’à présent aux puissances étrangères de rejeter plus facilement les accusations portées contre elles de complicité dans ce désastre humanitaire.  

Par Patrick Cockburn (revue de presse – Information Clearing House – 29/10/18)*

Une des raisons pour laquelle l’Arabie saoudite et ses alliés ont pu éviter un tollé général concernant leur intervention au Yémen tient au fait que le nombre de victimes est largement sous-estimé. Le chiffre communément rapporté parle de 10 000 morts en trois ans et demi de conflit, un chiffre étrangement bas à la vue de la férocité des combats.

Un décompte par un groupe indépendant montre aujourd’hui qu’en fait 56 000 personnes ont été tuées au Yémen depuis le début 2016. Ce chiffre augmente de plus de 2000 chaque mois alors que les combats s’intensifient autour du port de Hodeidah, sur la Mer Rouge. Il n’inclut pas le nombre des morts provoqués par la malnutrition ou des maladies tel que le choléra.

« Nous estimons à 56 000 le nombre de civils et de combattants tués entre janvier 2016 et octobre 2018 », déclare Andrea Carboni, qui suit l’évolution de la situation au Yémen pour le compte du Armed Conflict Location and Event Data Project (ACLED) – un organisme indépendant autrefois associé à l’Université de Sussex – qui étudie les conflits en cherchant à déterminer le nombre réel de victimes. Il ajoute qu’il s’attend à voir ce chiffre grimper entre 70 000 et 80 000, une fois qu’il aura finalisé ses recherches sur les victimes jusqu’à présent non recensées qui sont mortes avant l’invasion menée par l’Arabie saoudite au Yémen en mars 2015 et la fin 2015.

Le chiffre souvent repris de 10 00 morts vient en fait d’un représentant de l’ONU qui parlait des morts civils au début de l’année 2017, et est resté inchangé depuis. Cette statistique périmée, tirée du système informatique de santé yéménite, parcellaire et endommagé par la guerre, a permis à l’Arabie saoudite et les Emirats Arabes Unis (EAU) – qui dirigent une coalition de pays fortement soutenue par les Etats-Unis, la Grande- Bretagne et la France– d’ignorer ou de minimiser les pertes humaines.

Le nombre de victimes augmente tous les jours alors que les forces de la coalition tentent de couper Hodeidah de la capitale Sanaa. Oxfam a déclaré cette semaine qu’un civil était tué toutes les trois heures dans ce conflit, et qu’entre le 1 août et le 15 octobre, 575 civils avaient été tués dans la ville portuaire, dont 136 enfants et 63 femmes. Une attaque aérienne mercredi a tué 16 personnes dans un marché à Hodeidah alors que d’autres attaques avaient touché 2 bus au poste de contrôle houthi, tuant 15 civils dont quatre enfants.

Nous n’avons que peu d’information sur le nombre réel de victimes au Yémen car l’Arabie saoudite et les EAU rendent l’accès difficile aux journalistes étrangers et autres témoins impartiaux. En comparaison avec la guerre en Syrie, les gouvernements américain, britannique et français ne cherchent pas à attirer l’attention sur les destructions causées au Yémen, offrant ainsi une protection diplomatique à l’intervention saoudienne. Mais leur aveuglement affiché face à la mort de tant de Yéménites commence à leur causer une publicité négative, due par ailleurs à l’avalanche de critiques internationales suite au meurtre prémédité du journaliste Jamal Khashoggi le 2 octobre à Istanbul, meurtre reconnu par les autorités saoudiennes.

L’absence de chiffres fiables concernant le nombre de morts au Yémen a permis jusqu’à présent aux puissances étrangères de rejeter plus facilement les accusations portées contre elles de complicité dans ce désastre humanitaire, et cela en dépit des appels répétés de représentants de l’ONU au Conseil de Sécurité de l’ONU pour prévenir une famine créée de toute pièce par l’homme et qui menace aujourd’hui 14 millions de Yéménites, soit la moitié de la population.

La crise s’est empirée avec le siège de Hodeidah – la ville étant un centre d’approvisionnement de l’aide humanitaire et de débarquement des importations – forçant 570 000 personnes a fuir leur maison depuis la mi juin. Le chef des Affaires Humanitaires de l’ONU Marl Lowcock a tiré la sonnette d’alarme le 23 octobre déclarant que «  les systèmes immunitaires de millions de personnes en état de survie depuis des années s’effondrent littéralement, les rendant plus vulnérables à la malnutrition, le choléra et autres maladies, en particulier les personnes âgées ».

Le nombre exact de personnes qui meurent affaiblies par la faim est difficile à déterminer car la plupart de ces morts surviennent à la maison et ne sont pas enregistrées. Cela est particulièrement vrai au Yémen, où les centres de santé gouvernementaux ne fonctionnent plus et les gens sont trop pauvres pour utiliser ceux qui marchent encore.

Les morts causés par les combats devraient être plus faciles à comptabiliser et à publier. Le fait que cela ne soit pas fait au Yémen montre le peu d’intérêt que ce conflit suscite au sein de la communauté internationale. Andrea Carboni déclare qu’ACLED a réussi à déterminer le nombre de morts civils et militaires morts lors d’opérations au sol ou de bombardements en s’appuyant sur la presse yéménite, et dans une moindre mesure étrangère. ACLED a utilisé ces sources, après avoir analysé leur crédibilité, pour calculer le nombre de morts. Là où les chiffres divergent, le groupe utilise les chiffres les plus conservateurs et tend à prendre en compte plus ceux qui endurent les pertes que ceux qui les causent.

Il est difficile de faire la différence entre les cibles civiles qui sont délibérément attaquées et les non combattants qui meurent parce qu’ils sont victimes de tirs croisés, ou se trouvaient proches d’une installation militaire lorsque celle-ci est touchée.

Une étude par le professeur Martha Mundy – Strategies of the Coalition in the Yemen War: Aerial Bombardment and Food War – conclut que la campagne aérienne menée par l’Arabie Saoudite visait délibérément les lieux de production et d’entreposage alimentaire. Environ 220 bateaux de pêche ont été détruits le long des rives yéménites de la mer Rouge, et la pêche a été réduite de moitié.

L’ACLED a commencé à comptabiliser les morts alors que la guerre avait déjà commencé, ce qui explique qu’il cherche aujourd’hui à déterminer le nombre de morts en 2015. Son rapport est daté de janvier ou février 2019.

Andréa Carboni ajoute que la tendance est à la hausse. Le nombre total de morts par mois avant décembre 2017 s’élevait à moins de 2000 personnes, mais il est passé au-delà depuis. Presque tous les morts sont yéménites, bien que le chiffre recense 1000 soldats soudanais morts combattant au sein de la coalition.

L’affaire Khashoggi a engendré un plus grand intérêt international pour la guerre au Yémen ainsi que le rôle de l’Arabie saoudite et du prince héritier Mohammed ben Salman dans le conflit. Mais nous n’assistons cependant pas à une diminution de l’aide militaire américaine, britannique et française apportée au royaume et aux émirats, même s’il y  a peu de chance que la coalition ne remporte une victoire décisive.

Nous avons mis trop longtemps à établir la véritable « addition du boucher » dans la guerre au Yémen, mais elle pourrait aider à faire pression sur les puissances étrangères pour mettre un terme à la boucherie.

*Source : Information Clearing House

Traduction et Synthèse : Z.E pour France-Irak Actualité

 

Cet article a été publié à l’origine par « The Independent

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Bombardements à Gaza : 150 raids aériens ce lundi !

Netanyahou, qui a choisi le « Forum de Paix » organisé par Macron pour annoncer une nouvelle guerre contre Gaza, est en train de bombarder la population gazaouie enfermée derrière ses barbelés, dans le silence complice de nos gouvernements. Préparons nous à une vaste mobilisation !

« Il est 22h à Gaza, et on recense pour le moment 3 morts et 7 blessés », nous écrit Ziad Medoukh ce lundi.

« Plusieurs villes ont été visées, les bombardements concernant des maisons, des usines, des chaînes de radio et de télévision, et des coopératives agricoles », précise Ziad.

« Silence, on assassine en toute impunité à Gaza ! Honte à ces crimes israéliens contre les civils palestiniens ! Honte à ce blocus israélien inhumain et illégal ! Honte à cette communauté internationale officielle complice ! » lance-t-il dans un appel aux femems et aux hommes de conscience.

On ne peut plus simplement écrire « crimes de guerre ». Ce sont des massacres, un lent génocide, auquel se livre l’occupant israélien en profitant du consentement et de l’aide de gouvernements occidentaux et arabes.

CAPJPO-EuroPalestine

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Afghanistan : Les Talibans sont plus forts aujourd’hui qu’ils ne l’ont jamais été

 

Revue de presse : The New Arab (1/11/18)*

Les Talibans contrôlent un territoire plus grand aujourd’hui que jamais en ces 17 ans de guerre, déclare un rapport de SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), un centre d’observation américain.

Selon un autre organisme d’observation, les forces de sécurités afghanes ont vu leur contrôle de la capitale Kaboul s’affaiblir ces dernier mois et enregistrent un niveau record de soldats blessés dans leur lutte contre les Talibans.

Resolute Support, une mission sous contrôle des Etats-Unis et de l’OTAN en Afghanistan, a présenté mercredi des chiffres qui montrent que les forces afghanes contrôlent ou influencent seulement 55,5 pour cent du territoire de la capitale.  Ce chiffre est en recul de 0,7 pourcent par rapport au trimestre précédent, selon l’US Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR) et représente le niveau le plus bas jamais atteint depuis le début de l’enregistrement de ces données en novembre 2015.

Le rapport ajoute que 12 pour cent des quartiers de Kaboul sont sous contrôle ou influence des Talibans et 32 pourcent seraient « contestés ».

L’an dernier, le président Trump a dévoilé sa nouvelle stratégie de guerre pour l’Afghanistan qui a vu le renouvellement de l’engagement des troupes américaines et l’abandon de tout calendrier de retrait.

Les Etats-Unis ont combattu en Afghanistan depuis 2001, et cette guerre est désormais la plus longue guerre américaine avec environ 15 000 soldats déployés sur place.

Bien que les Etats-Unis aient accepté l’an dernier de classer comme secret le nombre de morts en Afghanistan, le rapport publié par SIGAR juste avant l’embargo médiatique, parle d’environ 5 000 victimes par an.

Mais l’organisme admet dans son dernier rapport que le nombre de morts est le plus élevé jamais atteint.

Le rapport explique « qu’entre 1 mai et 1 Octobre 2018, date de notre plus récent recueil d’information, le nombre moyen de victimes enregistré du coté des forces afghanes est le plus élevé jamais atteint sur des périodes comparables ». De plus, il souligne que « les Talibans contrôlent aujourd’hui un territoire plus grand que jamais depuis 2001 ».

Plus tôt dans la semaine, le secrétaire de la Défense américain  Jim Mattis déclarait que 1000 « jeunes gars afghans » avaient péri ou été blessés en août et septembre uniquement.

Cette année s’est révélée être la plus meurtrière pour les civils afghans. Selon un rapport de l’ONU, les attentats suicides ont causé la mort de 2 300 civils jusqu’à présent, soit plus que le nombre de pertes causées par d’autres méthodes y compris les combats au sol.

*Source : The New Arab

Traduction et Synthèse : Z.E pour France-Irak Actualité

A voir: « Alone among the Taliban, », l’excellent documentaire du journaliste iranien Mohsen Eslamzade qui a séjourné à ses risques et périls dans des zones contrôlées par les Talibans. le film, primé dans plusieurs festivals, est disponible sur Amazon.

Bande annonce 

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Irak: la contestation contre le gouvernement central reprend à Bassora

media Le siège du gouvernement régional de Bassora a été incendié par les manifestants il y a deux mois (photo). REUTERS/Essam al-Sudani

Les citoyens de Bassora descendent à nouveau dans la rue, deux semaines après la nomination d’un nouveau gouvernement central à Bagdad. Un gouvernement que les habitants de cette ville déshéritée jugent corrompu et incompétent. La province fait face à une crise économique sans précédent malgré son sol très riche en hydrocarbures. Les Basraoui protestent contre coupures d’eau, d’électricité, le chômage et la mainmise du gouvernement sur leur pétrole.

Avec notre envoyé spécial à BassoraNoé Pignède

Un bâtiment carbonisé. C’est tout ce qu’il reste du gouvernorat de Bassora incendié par les manifestants il y a deux mois. Devant, des centaines d’hommes crient leur colère.

La plupart comme Durgan Azubaïdi ont une vingtaine d’années. « Ici, l’eau courante est totalement polluée et nous n’avons pas de travail… La ville est très riche, mais tout l’argent va dans la poche des politiciens et à Bagdad. Et nous, il ne nous reste rien. Nous nous battons pour nos droits, et nous sommes prêts à mourir pour ça. »

Le neveu de Saad el-Kaabi, l’une des seules femmes du cortège, a été tué par les forces de l’ordre le mois dernier alors qu’il manifestait. « Ils tuent nos enfants ! Ils tirent sur le peuple de Bassora qui réclame seulement le droit de vivre dignement. Aujourd’hui, je suis très en colère … Alors, je continuerai de manifester. Je n’ai pas peur. Un citoyen qui descend dans la rue pour ses droits n’a pas à avoir peur. »

Les militants rêvent d’une région indépendante, libérée du joug de la capitale Bagdad. Samir Jalim, 60 ans, est l’un des organisateurs de la marche. « Avant, on nous disait qu’il n’y avait pas d’argent à cause de la guerre contre l’organisation État islamique. Mais maintenant, la guerre est finie ! J’ai 10 enfants. Je crains pour leur avenir. Il n’y a pas d’autres solutions que l’autonomie. Les gens à Bagdad ne savent pas ce dont nous avons besoin à Bassora. »

Depuis le début de ce mouvement citoyen il y a quatre mois, 21 personnes ont été tuées par des snipers. Des tirs que les manifestants attribuent aux milices chiites qui contrôlent la ville.

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