Spagna. Pubblichiamo una lettera del prigioniero comunista del PCE (r), Cela Seoane Francisco.

Carcere di Valencia, Prisión de Picassent-Valencia II;

a.c. 1002, 46225 PICASSENT (Valencia)

18 luglio 2016.

Sono rinchiuso nella cella e dalla finestra vedo il cortile, il muro di lamiera e lo scorcio di un’altra sezione. A sinistra vedo una parte della Albufera, un vero regalo per la vista e l’umore. Nel cortile passeggiano solo due reclusi, due ragazzi, che come l’immensa maggioranza di loro, accecati dalla società dei consumi, volevano trovare un posto nel “Paradiso”, senza rendersi conto che esso è riservato a una piccola elite di banditi senza scrupoli. Grandissimi banditi e canaglie che senza nessuna vergogna occupano la cattedra della Libertà, Democrazia e Diritti Umani, della morale, dell’etica e perfino dell’estetica. Lo ha già detto il vecchio Lenin, all’inizio del XX secolo, che l’imperialismo tende con tutta la sua anima al monopolio, al militarismo, alla reazione, e arriverà un giorno che, per potersi legittimare davanti alle masse, dovrà alzare le bandiere della libertà e della Democrazia, in un esercizio così disgustoso mai visto dall’umanità. In questo antro di cemento di due metri e mezzo per due, passo 20 ore al giorno. Non pensate però alla grandezza reale, con il passare del tempo questo buco e come se andasse via via ingrandendosi, sembrando quasi uno spazio più ampio. Ricordo di aver visto in tv un reportage su “Bebè”, Raul Sendic, dei Tupamaros, quando visitò il carcere clandestino dove era stato recluso: rimase molto sorpreso al vedere la cella così piccola, se la ricordava molto più grande. Dopo l’amnistia, diversi Tupamaros scrissero una testimonianza raccolta nel libro “Memoria del calabozo”, libro che raccomando perchè mostra la grande capacità di resistenza di un rivoluzionario quando veramente un mondo nuovo batte nel suo petto.
Alla sinistra, entrando nella cella, c’è il lavandino e la tv. Sotto, in un buco, c’è il radiatore del riscaldamento. Dopo c’è il water e a seguire una branda di ferro a castello e sotto il letto. Sopra ho messo i libri: qualcosa di letteratura, i volumi del Capitale di Marx, due volumi di Lenin, uno di Stalin ed altri due di Mao e una lunga intervista a Fidel Castro del 2013, dove c’è qui e là qualcosa d’interessante. Sulla destra della cella, un armadio, per mettere i prodotti di pulizia e per l’igiene. Un altro armadio per i vestiti. Il corridoio, che va dalla porta al tavolo di cemento, misura due passi e mezzo di lunghezza per un passo di larghezza. Ti inviterei pure a farmi una visita, ma è meglio aspettare altri due anni e mezzo e ci vedremo sulle fottute giungle d’asfalto. E’ curioso, la prima volta che sono finito dentro avevo 22 anni e oggi vado per i 58. E’ curioso per la percezione che uno ha delle cose. Quando sono arrivato al vecchio carcere di Zamora, il compagno con più anni dentro ne aveva cinque da scontare, a me sembrava un’eternità; il compagno più vecchio aveva 33 anni, e io pensavo che dovesse andare in pensione e andare a casa meritatamente a riposare. Oggi, una condanna di 20 anni non mi sembra una gran cosa e una condanna di 12 come quella che sto scontando, mi sembra leggera. E ci sono compagni che oggi mi sembrano stupendamente giovani come Arenas, Arango, Juan, Lucio…. e hanno 68, 70 e 71 anni. Abbiamo passato una vita intera nelle trincee e ora, ad alzare lo sguardo verso la strada percorsa finora, sembra che sia durato il tempo di un sospiro. E quante storie e avventure che abbiamo vissuto! Per questo mi fa sorridere quando sento commenti sulle avverse condizioni, sulla durezza dei tempi attuali, sulle difficoltà tremende che ci sono… Ma se in tutti questi anni di lotta, e non sono pochi, non abbiamo mai avuto un minuto di tregua e senza avere non dico il vento a favore ma neanche un filo di brezza leggera dalla nostra. Siamo qui e andiamo avanti. Un pò zoppicanti, un pò storpi ma con la stessa fame selvaggia e furiosa di Rivoluzione. Come diceva il grande Nazim:- “Succede – che stiamo in carcere – Succede – che ci avviciniamo ai 50 anni – ne mancano ancora 18 – per poter vedere aprirsi la porta di ferro – dobbiamo continuare a vivere con quelli rimasti fuori – con gli uomini, gli animali, i conflitti e i venti – con tutto il mondo esteriore che si trova – aldilà del muro della nostra sofferenza – stiamo dove stiamo – dobbiamo vivere – come se mai dovessimo morire”.
Come diceva Mao: Regna il caos sotto il cielo? Eccellente notizia! Allo scoppio della crisi economica del 2007-2008 e all’ondata di lotta di classe che l’ha accompagnata, si sono viste tutte le miserie del Vecchio Regime della Transizione del ‘78: alla crisi dello Stato si è aggiunto la crisi di tutti i partiti e i sindacati del regime, la bancarrotta delle sue istituzioni, il suo isolamento sociale ecc. E hanno tirato fuori dal cilindro il coniglio di Podemos, come il male minore, per placare la tempesta. Nonostante che questa banda di opportunisti con codini e rasta abbia già dato tutto di sè e strada facendo si convertirà in tristi e patetici pompieri (“de secano”)… Il problema per l’oligarchia è che all’orizzonte già si avvicina un’altra crisi economica e finanziaria molto più devastante e feroce di quella del 2007. L’oligarchia potrà trincerarsi di nuovo nel vecchio bunker perchè le strade torneranno ad ardere e dal cielo – o dall’inferno – pioverà di tutto meno che petali di rosa. Quello che non sanno Pablito e la sua “chupi-bandi”.

Abbracci da un orso delle caverne. Salute!

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