Il 4 novembre 2016, a Zurigo, si è tenuta la 1° udienza del processo contro un compagno del Soccorso Rosso-Svizzera e del Revolutionarer Aufbau Schweiz…

…il processo si inquadra nella più generale operazione repressiva, da parte dello Stato svizzero, contro la lotta per l’occupazione delle case.
Di seguito, pubblichiamo la dichiarazione che il compagno ha letto in aula nel corso dell’udienza.

Ogni processo ha una componente politica e una giuridica. Giuridicamente, perché il principio del processo è la legge in vigore. Politicamente, perché la legge in vigore diritto dominante è la legge dei dominanti.

Ora lo vediamo in Turchia e specialmente in Bakur, parte kurda della Turchia, cosa vuol dire. La chiusura di agenzie di stampa kurde e di sinistra è da un lato il tentativo di irrigimentazione da parte dello Stato, dall’altro l’arresto di sindaci eletti al cui posto Ankara vuole mettere governatori. La legge è applicata da un lato per restringere il margine d’azione del movimento, dall’altro permette allo Stato tutto, attraverso la propria legge. Quanto successo a Diyarbakir, Cizre, Silopi o Nusaybin non è mai stato affrontato da nessun tribunale turco.

Possiamo però notare chiaramente questo fenomeno anche in Paesi a noi vicini come la Francia, dove per quasi un anno si governa in base allo stato d’emergenza e sono adottate decisioni giuridiche molto politiche. Non si deve equiparare le situazioni in questi Paesi, c’è molto, troppo che li differenzia. Si deve però metterli a confronto essendoci molti paralleli malgrado le differenze.

La legge non è neutrale. È l’espressione della situazione politica di uno Stato, dei rapporti di forza sociali, dello scontro fra le classi in senso marxista. Attraverso la divisione fra legale e illegale all’uno si attribuisce legittimità, all’altro la si nega.

È legale speculare in immobili, perché sono proprietà privata. È illegale usare un immobile rimasto vuoto, perché è proprietà privata. Senza di questa non esiste capitalismo. Perciò questa forma di società ha bisogno di leggi vincolanti a difesa della proprietà privata, ma nessuna per il diritto alla casa e all’habitat.

È una divisione basata su permesso-non permesso o buono-cattivo, legittimamente criticata ampiamente.  Quindi, che è l’occupazione illegale dell’area rimasta vuota di una società per olio combustibile rispetto alla costruzione legale di un corso Europa? Che è la cosiddetta legale rivalutazione di un quartiere che comporta sempre un’espulsione di residenti finora lì presenti, rispetto alla riappropriazione illegale di spazio pubblico con feste e manifestazioni senza preavviso?

Come mai controllori della città riesce così difficile garantire l’apparenza della legittimità del loro agire facendo riferimento ai codici, mentre ciò è più facile in altre zone dove gli interessi di singoli si contrappongono a quelli dei molti? Perché il processo di riqualificazione urbana è un processo che non si può nascondere, ha dimensioni enormi. Non si può negare che la città cambia, né a vantaggio di chi cambia. È una consapevolezza immediata. Non occorrono astrazioni teoriche per vedere connessioni fra singoli avvenimenti. Parecchi ne sono colpiti, molti perciò sono arrabbiati.

È in corso una competizione mondiale fra le grandi città, chi è “città globale” e chi no. Sempre più gente e aziende invadono le città, mentre proporzionalmente l’area disponibile cresce meno rapidamente. La scarsità fa salire i prezzi, si dice. Non c’è interesse a creare un’infrastruttura che servirebbe tutti in modo uguale. Anche se ciò fosse davvero possibile, guardando agli enormi progressi della tecnologia dei passati decenni. Semplicemente non sarebbe redditizio. Quindi questo sviluppo viene posto al servizio di pochi e non di molti.

Ciò è una parte del contesto di questo processo. È un contesto dimostrato in altri luoghi meglio e in modo più completo. Questa piattaforma non è adatta per seminari sullo sviluppo urbano, anche perché non ho grande interesse a condurre una discussione con un procuratore o un giudice che chiedono la mia condanna o formulano la mia condanna.

Eppure il contesto è importante, perché si può dimostrare la dimensione politica di questo processo. Non si tratta di un processo dove la procura segue le sue procedure tecnicamente-burocraticamente. È un processo di una procura motivata politicamente che chiede una sanzione motivata politicamente. Gli otto mesi di pena richiesti originariamente devono essere intesi solo in tal senso. Deve servire come segnale a chi non accetta la riqualificazione urbana dall’alto. Deve rappresentare un segnale che non ci si deve muovere. Lo trovo un segnale per cui tanto più ci si deve mobilitare.

Negli atti di questo processo non c’è niente di cui doversi scusare. Niente di cui doversi giustificare. Invece, l’unica cosa di cui accusarsi è che non si cerca di contrapporsi più energicamente alla riqualificazione urbana dall’alto. In questa città sono non meno necessari spazi come Koch-Areal (area Koch, n.d.t.), occorrono più spazi tipo Koch-Areal. È bene che tali spazi siano una meravigliosa spina nel fianco degli urbanisti.

L’occupazione Binz, principale oggetto di questo processo, era uno spazio simile. Per breve tempo ci si è riappropriati di questo spazio e si è dimostrato che si può poi dare luogo a qualcosa di notevole, se la motivazione che gli sta dietro non è di natura finanziaria. Contemporaneamente, l’occupazione ha dato lo spazio per discussioni politiche. È solo logico che fosse allontanato dall’area il capo degli sbirri di turno quel giorno. Se si vuole sviluppare alternative lo si farà senza la partecipazione di rappresentanti politici dello Stato attuale.

Ci sono alternative che si devono urgentemente sviluppare e portare avanti. La barbarie del capitalismo e dell’imperialismo ci colpisce quotidianamente. Se qui oggi parliamo di riqualificazione urbana è perché ci troviamo in una posizione molto privilegiata se facciano un confronto con quelli che in altre regioni del mondo lottano per un futuro di progresso. Ciò non ci deve portare a disconoscere l’importanza del lavoro politico qui rispetto al lavoro laggiù. La posizione secondo cui qui non si dovrebbe lottare perché stiamo bene cerca di nascondere il fatto che noi stiamo bene perché per altri va male. Le cause strutturali sono simili sia qui che laggiù e soprattutto collegate. Quando qui si fomenta una campagna razzista, ciò conduce a una strage di massa nel Mediterraneo. Se qui per assicurare posti di lavoro si continua a ridurre il rigore rispetto alle disposizioni in materia di esportazioni degli armamenti, ciò porta al potenziamento di gruppi jihadisti tramite i loro Stati-sostenitori di Turchia, Qatar o Arabia Saudita. Se i comuni di qui riducono le loro tasse, essendoci fra i nuovi residenti gli amministratori delegati dei giganti di materie prime che qui dichiarano redditi di miliardi, è perché questi giganti sono responsabili di immensa sofferenza in altre parti di questo mondo.

Questi scenari derivano da un sistema, questo si chiama capitalismo. Perciò è importante lottare. Ieri, oggi, domani.

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