Intervento di Samidoun alla conferenza di sabato 25 febbraio su “Implementazione del modello sionista nello Stato italiano” organizzata dal Fronte Palestina.

Il 25 febbraio alla Villa Pallavicini di Milano, il Fronte Palestina ha tenuto un incontro nazionale su “Implementazione del modello sionista nello Stato italiano”, al quale hanno partecipato circa 70 compagni. 
La giornata ha visto la partecipazione anche di Samidoun (network di solidarietà per i prigionieri palestinesi, con sede in Nord America), il cui intervento, tradotto in italiano, è qui sotto pubblicato.
Abbiamo deciso di diffondere questo contributo in quanto in esso vengono affrontate questioni a noi più vicine: non solo la solidarietà ai prigionieri palestinesi, ma anche il sostegno a Georges Abdallah, il carattere internazionale della repressione, l’internazionalismo, etc.

Prima d’iniziare, desidero dire che oggi è il 25 febbraio. Oggi è trascorso un anno dalla perdita del nostro compagno Nayef Zayed, rinvenuto il 26 febbraio 2016 fuori dall’ambasciata palestinese a Sofia, in Bulgaria, per terra e insanguinato. Era rimasto nell’ambasciata per 70 giorni dopo aver trascorso 22 anni in Bulgaria. Era evaso dalle carceri israeliane nel 1990, riparando in Bulgaria per costruirsi una famiglia e costituire la comunità palestinese a Sofia. E poco prima dello scadere dei termini di prescrizione, lo Stato d’Israele ha chiesto fosse arrestato ed estradato dalla polizia bulgara, dopo anni di crescente “collaborazione in termini di sicurezza” e di accordi per la sicurezza fra Bulgaria e Israele, sebbene la richiesta si basasse sull’adesione d’Israele al trattato d’estradizione del Consiglio d’Europa. Ha passato 70 giorni in ambasciata battendosi per la sua libertà e affrontando nemici di tre tipi: Stato d’Israele, Stato bulgaro e anche Autorità Palestinese, la cui ambasciata e l’ambasciatore hanno fatto di tutto per spingere Omar fuori dell’ambasciata stessa e rendergli in Bulgaria la vita difficile o impossibile, negandogli la possibilità di ricevere visite e minacciando di allontanarlo in ogni momento. Oggi non c’è ancora stata giustizia per la morte del martire Omar Nayef Zayed. Ed oggi riprendiamo quell’appello per la giustizia un anno dopo, ricordando questo compagno che ha lottato ed è morto per la Palestina.

Nel 2017, il progetto sionista israeliano sta giungendo al 70° anno. Se diamo uno sguardo a 100 anni dalla dichiarazione di Balfour e ai 100 anni di resistenza palestinese al colonialismo, notiamo che oggi lo Stato sionista è il principale esportatore di tecnologie e pratiche per il controllo e la repressione e di ideologie e leggi “antiterrorismo” utilizzate per separare le comunità dai loro movimenti di liberazione nazionale e criminalizzare la solidarietà internazionale ai popoli in lotta per la propria liberazione.

Ogni giorno notiziari nel mondo e specialmente in Nord America ed Europa diffondono propagnada sulla “guerra al terrorismo” e la “minaccia del terrorismo”. In varie occasioni, la “minaccia del terrorismo” è rappresentata con caratteristiche di discriminazione razziale: araba, mussulmana, “straniera”. Ma la costruzione del “terrorismo” come minaccia che comporta elevati investimenti in sicurezza e infrastrutture (carceri, tecnologie repressive e nuove leggi) rispecchia l’alleanza in corso fra sionismo e imperialismo contro il popolo palestinese, ma anche contro tutti i movimenti di liberazione nazionale, liberazione sociale e giustizia sociale, distogliendo l’attenzione dal terrorismo di massa del capitalismo e dell’imperialismo vissuto dai lavoratori nel mondo, il terrorismo di Stato delle bombe e dei missili americani ed alleati e il terrorismo coloniale d’insediamento sionista contro il popolo palestinese in Palestina e quello esiliato dalla sua patria.

Rappresento la Rete Samidoun per la solidarietà nei confronti dei prigionieri palestinesi. Siamo una rete di attivisti a livello internazionale, solidali verso la Palestina e i palestinesi, uniti nel sostenere la libertà e la liberazione dei prigionieri palestinesi, del popolo palestinese e della Palestina stessa. Come potete dedurre dal nostro nome, poniamo attenzione specifica sui prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane – come pure sui prigionieri politici palestinesi, arabi e internazionali nelle prigioni arabe e imperialiste. Ci concentriamo soprattutto sulla solidarietà verso i prigionieri palestinesi per molte ragioni e crediamo che queste solidarietà esplicita sia particolarmente importante in questo momento.

Se guardiamo alla situazione palestinese nel 2017, stiamo indubbiamente affrontando un periodo di crisi e di grande difficoltà. Nessuna “unità nazionale” significativa va individuata fra quelle forze considerate “leadership palestinese”, solo un gran senso di tradimento. La Autorità Nazionale Palestinese e le sue forze di sicurezza dipendono e sono asservite all’industria per la sicurezza degli Stati Uniti e d’Israele che provvedono alla sua infrastruttura, al suo finanziamento e sostegno.  La Sinistra palestinese ha una lunga storia di 50 anni derivante da una lotta palestinese di oltre 100 anni contro il colonialismo ma, come la Sinistra a livello internazionale, sta attraversando un’epoca difficile accanto al potenziale per il recupero e la rigenerazione di massa.

Eppure, malgrado la situazione, frammentazione e l’esproprio possiamo continuare a parlare di movimento di liberazione nazionale e di una resistenza palestinese che mai ha smesso di lottare per 100 anni, che continua a battersi strenuamente in prima linea per la liberazione dell’intera Palestina, affrontando sionismo, imperialismo e reazione araba nella lotta per la liberazione della Palestina.

Quindi, se il nostro obiettivo è stare a fianco del popolo palestinese e costruire sostegno e solidarietà al suo movimento di liberazione nazionale e se vogliamo appoggiare la lotta palestinese per ricostruire e ottenere che il suo fronte di liberazione nazionale consegua la liberazione, consideriamo la solidarietà verso i prigionieri palestinesi come particolarmente cruciale per diverse ragioni. Anzitutto, i prigionieri politici palestinesi sono un simbolo dell’unità nazionale palestinese. Attualmente sono oltre 7.000 i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Rappresentano tutti i partiti politici palestinesi e i settori della società. Si tratta di dottori, insegnanti, avvocati, studenti, agricoltori, lavoratori e combattenti per la libertà. Sono donne, uomini e bambini strappati alle loro amate comunità e famiglie, spesso durante incursioni prima dell’alba in cui le loro case sono invase da ingenti truppe di soldati dell’occupazione israeliana. Oltre 550 prigionieri sono sottoposti a detenzione amministrativa, ovvero carcerazione rinnovabile a tempo indeterminato senza imputazioni o processo, secondo cui i palestinesi possono essere improvvisamente imprigionati per anni, senza un processo. Rispetto ai palestinesi che affrontano i tribunali militari, questi si oppongono a un sistema semplicemente designato a reprimere e incarcerare palestinesi, un sistema senza nemmeno una parvenza di “giustizia”. I tribunali militari sono parte integrante delle stesse cosiddette “Forze di difesa israeliana” che occupano il Paese e sparano per uccidere i giovani palestinesi. Vantando un tasso di detenzione del 99,74%, questi tribunali militari sono un simbolo fondamentale d’ingiustizia.

Riguardo ai palestinesi di Gerusalemme e della Palestina  occupata nel 1948, i tribunali possono assumere un’apparenza “civile”, ma in realtà si tratta della stessa struttura razzista, coloniale d’insediamento. I palestinesi accusati di attività “nazionaliste” sono etichettati come imputati di “sicurezza” e poi prigionieri di sicurezza, privati di permessi, visite coniugali o di lavoro concessi ai detenuti  israeliani ebrei. Inoltre, per la maggior parte dei palestinesi fuori dalla Palestina la detenzione è un problema rilevante. Dai combattenti come Rasmea Odeh detenuto in USA, a quelli arabi per la Palestina come Georges Ibrahim Abdallah nelle prigioni francesi da 32 anni, agli esiliati e profughi palestinesi e i loro compagni pure detenuti in carceri arabe e imperialiste.
A causa del ruolo collaborazionista assunto dalla Autorità Palestinese, migliaia di prigionieri palestinesi aderenti a Fatah in prima linea nella lotta per la libertà del loro popolo sono nelle prigioni israeliane. Altre migliaia sono appartenenti a Hamas, FPLP, Jihad islamica e altre fazioni. E contrariamente alle dichiarazioni talvolta timide di “unità nazionale” da leadership di partito, in particolare di Fatah e Hamas, e fatte sotto gli auspici di vari regimi reazionari del Golfo e di altri arabi, l’unità nazionale ottenuta all’interno delle prigioni è quella della lotta comune contro l’oppressore e per la liberazione, anzitutto focalizzandola sullo scontro esistente contro l’occupazione sionista, l’apartheid, il razzismo e il colonialismo d’insediamento. E, così, contrariamente alla parvenza di unità nazionale sostenuta durante le elezioni sotto occupazione e alla concorrenza per il controllo della Autorità Palestinese, l’unità nazionale nelle carceri è una strada da seguire per la lotta palestinese e un esempio ispiratore in tempi oscuri.

Ciò porta al secondo motivo per cui la solidarietà internazionale ai prigionieri palestinesi è così importante. Essi rappresentano la resistenza palestinese. Sono imprigionati perché in una delle tante forme stanno resistendo al progetto sionista coloniale d’insediamento in Palestina, sia con la lotta armata, la mobilitazione popolare o altri strumenti. Sono detenuti in quanto rappresentanti di forze costituenti la resistenza. Ecco perché tutti i maggiori partiti politici palestinesi sono proibiti ed etichettati come “organizzazioni ostili vietate” e tutti i prigionieri palestinesi sono “terroristi”. Abbiamo la responsabilità di appoggiare quelli che conducono la lotta, che si battono in prima linea. E sono i prigionieri palestinesi, il movimento di resistenza in prigione, che continua a resistere quotidianamente dietro le sbarre.

E qui risulta il terzo punto per motivare quanto è importante costruire la solidarietà internazionale nei confronti dei prigionieri palestinesi. Essi sono leader della lotta, la vera leadership del popolo palestinese. Ecco perché sono colpiti, rinchiusi e considerati come una minaccia al progetto sionista. Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è uno di questi leader detenuti dallo Stato israeliano. Il racconto sulla prigionia di Sa’adat, che accusa non solo lo Stato d’Israele ma anche USA, Regno Unito e Autorità Palestinese, in particolare rispecchia lo schieramento internazionale di forze che cercano di reprimere la lotta di liberazione palestinese e tentano di separare Sa’adat dal popolo palestinese, per condizionare il movimento di liberazione. Preciserò che ciò non ha impedito a Sa’adat di continuare ad essere un leader del movimento di liberazione nazionale palestinese e possiamo dirlo analogamente per altre figure di leader imprigionati, appartenenti a partiti politici palestinesi, come Marwan Barghouthi, Hasan Salameh e altri. Inoltre, nuovi quadri politici di leadership emergono nelle prigioni ogni giorno. Potrebbe sembrare un cliché dire “le carceri sono una scuola rivoluzionaria” e molto è cambiato nelle prigioni israeliane nel corso dei decenni. Tuttavia, è assolutamente vero che prigionieri palestinesi escono di prigione con un maggiore livello di formazione politica, impegno e strategia rispetto a prima e che veri leader sono recentemente emersi nelle carceri. Ad esempio, Bilal Kayed, per il quale avete organizzato qui molte azioni e manifestazioni, arrestato appena ventenne, con scarsa esperienza politica. È uscito di prigione come un leader e perciò i sionisti hanno tentato di sottoporlo a detenzione amministrativa immediatamente al suo rilascio e perciò grazie alla fermezza del movimento palestinese in strada e la massiccia risposta internazionale, oggi Bilal è libero.

Altri leader si contano: Khader Adnan autore di due scioperi della fame per la libertà, in detenzione amministrativa; Mohammed al-Qeeq che ha ottenuto la libertà dopo 94 giorni di sciopero della fame l’anno scorso ed oggi al suo 19° giorno di sciopero della fame, dopo essere stato nuovamente sottoposto in detenzione amministrativa, senza imputazione o processo. E sia Adnan che al-Qeeq hanno partecipato alle grandi mobilitazioni per Bilal Kayed. È la nuova leadership emergente dalle prigioni e attraverso la resistenza, riconosciuta dall’occupante come una minaccia.

Le mobilitazioni internazionali per Bilal Kayed e il tema di questa conferenza oggi ci portano al quarto punto. Appoggiare prigionieri politici palestinesi è un ambito per la lotta internazionalista e solidarietà reciproca. Oggi, a Gaza, palestinesi stanno marciando con cartelli e striscioni per la libertà di tutti prigionieri politici irlandesi che proseguono la lotta contro il colonialismo britannico (che ha devastato sia Irlanda che Palestina). Esiste un’alleanza di lungo periodo e sempre più crescente fra movimenti per la Liberazione Nera e movimento per la Liberazione Palestinese che affrontano non solo varie forme di razzismo, repressione e assoggettamento, inclusa la detenzione e criminalizzazione di massa, ma la conoscenza diretta e i trasferimenti di tecnologia fra Israele e dipartimenti di polizia statunitensi, fra cui programmi di pratica congiunta e iniziative “contro il terrorismo” che armano queste tecnologie contro popolazioni palestinesi e nere. Qui in Europa il programma di finanziamento Horizon 2020 Research sta sovvenzionando programmi come LAW-TRAIN, dove oltre 5 milioni di euro sono forniti a Bar Ilan University, al ministero per la Pubblica Sicurezza israeliana – capeggiato dall’estremista di destra Gilad Erdan, il cui ministero è anche incaricato di fermare globalmente l’attivismo per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni – e alla Polizia nazionale israeliana, allo scopo di “condividere tecniche d’interrogatorio” collettivamente con la Polizia nazionale spagnola e la Polizia nazionale belga. Quando sentiamo funzionari di Stato sollecitare “più sicurezza stile israeliano” come risposta al “terrorismo” attraverso racconti ed esperienze di prigionieri politici palestinesi  – e di tutto il popolo palestinese – lo individuiamo come un minaccia a popoli discriminati per la razza, a migranti e profughi, ad arabi e africani in Europa, a lavoratori e a tutti i movimenti per la giustizia e la liberazione sociale, dato che noi vediamo chi e che cosa è colpito dalla “sicurezza stile israeliano”.

Lo vediamo pure rispecchiato nelle leggi “antiterrorismo” usate sia per criminalizzare movimenti di liberazione nazionale internazionalmente, che per reprimere  movimenti locali per la giustizia e contro l’oppressione e lo sfruttamento. In USA, Canada, Regno Unito e UE, negli Stati coloniali d’insediamento e imperialisti troviamo leggi “antiterrorismo” che vietano organizzazioni della resistenza palestinese come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, così come una serie di partiti politici e formazioni palestinesi come Hamas e Jihad islamica. Troviamo gente che sconta condanne a 65 anni nelle prigioni americane – gli Holy Land Five – per aver raccolto fondi per la Palestina. Notiamo molta paura e un intenso premunirsi per separare palestinesi sfollati fuori della Palestina dalle loro organizzazioni di movimento per la liberazione – collaboranti con le “organizzazioni proibite” elencate dallo Stato israeliano. E vediamo queste stesse leggi adottate per vietare manifestazioni, irruzioni di attivisti o imprigionare in regime d’isolamento o senza poter fruire di visite famigliari, in Italia o Stati Uniti – proprio come vediamo nelle carceri israeliane dove sono detenuti 7.000 prigionieri politici palestinesi.

Quindi, per noi qui, costruire la solidarietà ai prigionieri politici palestinesi è un modo per appoggiare l’unità nazionale palestinese, la vera leadership palestinese in lotta, sostenere la resistenza palestinese  e costruire alleanze di mutuo soccorso e solidarietà per combattere l’alleanza di imperialismo, sionismo e regimi reazionari che  minacciano tutti noi. Perciò sviluppiamo campagne per boicottare e isolare a livello internazionale Israele e le imprese parte della sua infrastruttura carceraria e i suoi prodotti in ambito internazionale e i prigionieri palestinesi hanno incoraggiato noi e il movimento mondiale a intensificare la lotta per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Ecco perché organizziamo proteste ed azioni e ci uniamo sempre più con fermezza ai movimenti locali contro razzismo, fascismo, repressione e carcere. Insieme ci avviamo sul percorso verso la resistenza e la liberazione.

Libertà per tutti i prigionieri politici palestinesi!

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